La stagione del maiale

5 novembre 2003

Lo spettacolo di Werner Schwab, ripreso da Manuela Cherubini e Luisa Merloni, mostra ancora una volta la scintilla della verità, intesa come disvelamento

Il teatro di Werner Schwab è difficile. Viene da pensarlo ogni volta che si assiste alla messa in scena di una versione italiana dei suoi scritti. È un teatro, il suo, impregnato di cinismo e a forte tasso alcolico: l’immagine non è metaforica dal momento che il drammaturgo ha avuto, nella sua vita troppo breve, il gusto sapido della perdizione etilica. Ha frequentato bar e birrerie, e ha ritratto quel mondo, infimo e squallido nella pretesa di essere rispettabilmente borghese. Schwab partiva dalla realtà, senza mediazioni: dai mostri che ognuno di noi porta dentro di sé, dalla violenza antropofaga che si scatena appena se ne ha la possibilità, dal moralismo bigotto dei discorsi da bancone. In quel mondo di dignitosissimi «ariani», orgogliosi di essere parte integrante di una società perfetta, Schwab inseriva la scintilla della verità, intesa come disvelamento, messa a nudo di ciò che normalmente si nasconde. Polli spennati e appesi sono i suoi personaggi, animaletti in forma umana alla continua deriva, disperatamente attaccati al sesso e alle secrezioni del proprio corpo. Improvvisamente virulenti e disgustosi, come è – normalmente – la sana apparenza della buona borghesia provinciale, tedesca o italiana che sia…

http://www.myword.it/teatro/reviews/4106

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